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Cover del gioco Wasteland 2
Recensione

Riflessioni – Wasteland 2

Tra mondo materiale e mondo delle idee, si ci mette la tecnologia, nella suo essere sia speranza che piaga per l’umanità, sia mezzo per la trascendenza dell’uomo sia àncora che costringe all’immanenza umana.

Trascendenza e Immanenza

Nell’affresco “La Scuola di Atene”, Raffaello rappresenta sul punto di fuga i due filosofi Platone ed Aristotele. Mentre il primo punta il dito in alto, ad indicare qualcosa al di là della condizione umana, il mondo delle idee, il concetto di trascendenza, l’altro indica il suolo, ad indicare la realtà, la condizione umana ancorata al mondo materiale, il concetto di immanenza. In Wasteland 2, il proclamato messia Matthias, professa la trascendenza dell’uomo, in una unione uomo-macchina che libererà l’essere vivente delle sofferenze e dei bisogni terreni.

Se l’immanenza è sostanzialmente la realtà percepita dall’uomo e la trascendenza è il superamento dei limiti umani che ci avvicinerebbe ipoteticamente alla concezione di Dio, ciò che propone Matthias è il superamento dei difetti umani tramite l’utilizzo di impianti robotici, dunque l’evoluzione professata dal personaggio, la sua idea del prossimo stadio nell’evoluzione umana, sono i cyborg, quelli che nell’immaginario fantascientifico sono esseri al confine tra uomo e macchina.

Tuttavia è anche vero che, nella prospettiva di un uomo potenziato dalle macchine, come gli innesti cibernetici, vi è anche l’alternativa delle intelligenze artificiali. Anche queste si dice possano aumentare le capacità umane, ma con gli strumenti attuali le IA stanno diventando sempre più auto-imparanti ed autonome, al punto da poter migliorarsi da sole senza l’aiuto dell’uomo. Questo porta a riflettere su un concetto che scinde l’uomo dalla possibilità della trascendenza e lo ancora all’immanenza, la singolarità tecnologica.

Irving John Good, matematico e crittografo britannico che lavorò nel gruppo di Bletchley Park con Alan Turing, nel 1965 si interrogava sulle conseguenze dell’avvento di un’intelligenza superumana, teorizzando che, una volta inventata, una macchina di questo tipo sarebbe stata capace di progettare dispositivi sempre migliori, causando una vera e propria “esplosione di intelligenza” e lasciando l’uomo clamorosamente indietro.

Secondo Raymond Kurzweil, inventore, informatico e saggista statunitense, la singolarità ha inizio quando vengono alla luce le “intelligenze artificiali auto-miglioranti”, ovvero computer dotati degli strumenti adeguati per incrementare autonomamente le proprie prestazioni. Gli avanzamenti tecnologici a quel punto cominceranno ad avvenire con tale rapidità, che i normali esseri umani non riusciranno a tenerne il passo, e ne saranno tagliati fuori. Sostanzialmente un’estensione della teoria di Moore applicata alle capacità delle intelligenze artificiali, o al mondo della scienza in generale.

Alla domanda se questo scenario possa risultare una minaccia o meno per la popolazione mondiale, Kurzweil ha risposto che l’idea di una intelligenza artificiale capace di schiavizzare l’uomo è pura invenzione. Secondo lo studioso, infatti, in futuro saremo capaci di unire le neocortecce cerebrali, connettendo le funzioni di apprendimento, linguaggio e memoria, rendendoci migliori in tutto. Lo scrittore Vernor Vinge è invece più catastrofista. Secondo lui entro trenta anni, avremo i mezzi tecnologici per creare un’intelligenza sovrumana. Poco dopo, l’era degli esseri umani finirà. La sua singolarità è dunque vista come la fine della civilizzazione umana e la nascita di una nuova civiltà.

Insomma la singolarità tecnologica secondo alcuni rappresenta il momento effettivo della trascendenza umana, l’evoluzione definitiva ad esseri superiori attraverso la fusione uomo-macchina, secondo altri rappresenta la creazione di una civiltà superiore costituita da IA auto-imparanti che rappresenterà la trascendenza mentre l’uomo rimarrà indietro, ancorandosi all’immanenza. Tutte teorie e previsioni di un concetto, la singolarità tecnologica, che non si sa neanche se e quando si avvererà.

Una questione interessante tuttavia, che rappresenta bene l’esistenza della dicotomia tra uomo e macchina(oltre che fungere da spartiacque tra i movimenti), pone nuove questioni filosofiche: la coscienza. Secondo molti infatti, l’uomo, possedendo una coscienza, rimarrebbe comunque superiore alle macchine, che ne sono prive. D’altro canto però, come possiamo sapere per certo se un essere ha una coscienza o sta solo simulando di averne una? Questa la domanda al cui il famoso Test di Turing cerca di dare una risposta.

Per capire infatti se una macchina possa effettivamente pensare come un essere umano, Turing chiede: è capace o no una macchina di far credere a un uomo che ragiona come lui? Ad oggi nessuna macchina è riuscita a superare il test di Turing, ma se ci riuscisse, allora sarebbe in grado di simulare o far credere ad un essere umano di avere una coscienza. E come possiamo noi capire se un’altra persona che sembra un essere umano abbia o meno una coscienza? Per estensione poi nasce un altro dilemma: Come posso io essere sicuro di avere una coscienza?

Il “Cogito Ergo Sum” di Cartesio a questo punto non basta più ad identificare me stesso, in quanto si applicherebbe anche a intelligenze superiori: se sono una macchina in grado di simulare il pensiero umano come tale posso ingannarmi nel pensare di avere una coscienza ergo ingannarmi di essere un essere umano. Il concetto di identificazione di se stessi sfuma nella possibilità che, l’animo umano, le emozioni, la coscienza, possano essere simulate.

La trascendenza della condizione umana solleva diversi scenari che, ad oggi, terrorizzano per via delle implicazioni sulla concezione dell’essere e di quanto e come una macchina possa arrivare a simulare ed assomigliare in tutto e per tutto ad un essere umano. Nel romanzo “Do android dream electronic sheep?” di Philip K. Dick però, viene esposta un altra possibilità, ossia che non sono gli androidi ad assomigliare agli uomini, ma sono gli uomini ad assomigliare agli androidi, in quanto un androide può solo simulare di avere sentimenti mentre l’uomo può scegliere di non averne, abbandonando la sua umanità.

Che l’uomo possa raggiungere la trascendenza o meno attraverso le macchine non ci è dato saperlo ancora, ma di certo trascendere la nostra natura ci renderebbe entità diverse da quelle che siamo adesso, significherebbe avvicinarsi o diventare Dio, con onniscienza e onnipresenza garantiti da una gigantesca rete neurale. Nel 1954, nel racconto breve “Answer”, Fredric Brown immaginò un supercomputer talmente evoluto da possedere tutto il sapere di tutte le galassie. Davanti a tale macchina il protagonista del racconto, Dwar Reyn, fece al super computer l’unica domanda alla quale nessun’altra macchina è mai stata in grado di rispondere. Di seguito un estratto del racconto:

«L’onore di porre la prima domanda spetta a te, Dwar Reyn».

«Grazie» disse Dwar Reyn. «Sarà una domanda cui nessuna macchina cibernetica ha potuto, da sola, rispondere».

Tornò a voltarsi verso la macchina: «C’è Dio?».

L’immensa voce rispose senza esitazione, senza il minimo crepitio di valvole o condensatori.

«Sì: adesso, Dio c’è»

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