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cover the witcher 2
Recensione

Riflessioni – The Witcher 2: Assassins of Kings

Titolo del racconto di Sapkowski e filosofia dietro le gesta del personaggio di Geralt, che scaturisce qui in una riflessione sulla giustificazione dei mezzi per raggiungere l’obiettivo e sull’etica di Spinoza.

Il male minore

“Il male è male, Stregobor. Minore, maggiore, medio, è sempre lo stesso, le proporzioni sono convenzionali, i limiti cancellati. Non sono un santo eremita, non ho fatto solo del bene in vita mia. Ma, se devo scegliere tra un male e un altro, preferisco non scegliere affatto.”

In questo estratto del racconto intitolato proprio “Il male minore” nella raccolta de “il guardiano degli innocenti”, Andrzej Sapkowski tinge di grigio la morale umana in un dialogo tra il witcher Geralt di Rivia e il mago Stregoborn, definendo anche in parte il codice di condotta dello strigo. Secondo Geralt il male, in qualsiasi proporzione, è sempre male, per cui se deve scegliere tra due mali preferisce non scegliere. La realtà vedo però il witcher finire inevitabilmente nel compiere delle scelte, sempre. Scelte che sono spesso difficili, ingiuste a volte.

Dinanzi ad un dilemma morale del genere, ossia dover scegliere tra due mali, la filosofia del male minore può giustificare la violenza e gli orrori che scaturirebbero dalla scelta? Nel gioco Geralt deve scegliere da che parte schierarsi in una guerra in cui non ha nulla a che fare e alla quale non vuole avere niente a che fare. Ma alla fine, contro voglia, è costretto a fare una scelta. Sceglierne una o l’altra determinerà spesso le vite di molte persone, facendo del bene da un lato e del male dall’altro. Questo concetto del male minore si pone nella filosofia etica con il “dilemma del carrello”, un esperimento mentale creato nel 1967 da Philippa Ruth Foot. Il problema posto all’interlocutore è il seguente:

“Un carrello su rotaie senza possibilità di frenare, percorre un binario sul quale si trovano 5 persone legate. Prima che il carrello raggiunga le persone è però presente un deviatoio, che se azionato, devierebbe il percorso del carrello su un altro binario. Tuttavia sull’altro binario è legato un uomo, che verrebbe inevitabilmente ucciso. Azioneresti il deviatoio per salvare la vita alle cinque persone causando la morte dell’altra?”

Il dilemma etico tramuta la non scelta di agire come la scelta di lasciar morire le 5 persone e salvare l’altra, mentre scegliere di agire significa scegliere di causare la morte di una persona e salvarne 5. Vedendo il problema in questo modo la maggior parte delle persone sceglie di agire e salvare le 5 persone. Ma se, in uno stesso identico scenario si cambia un particolare, molte persone decidono allora di non agire. E’ la variante della filosofa Judith Jarvis Thomson, a farci capire come non è solo importante l’esito finale, ma anche la percezione del processo attraverso il quale si arriva all’esito. La variante della Thomson infatti, del 1976, pone il quesito in questo modo:

“Un carrello su rotaie senza possibilità di frenare, percorre un binario sul quale si trovano 5 persone legate. Voi siete su di un cavalcavia che si affaccia sui binari e davanti a voi si trova un uomo grasso, talmente grasso che la sua massa può fermare il carrello, ma la caduta lo ucciderebbe. Spingeresti l’uomo per salvare la vita delle 5 persone?”

Ecco che, posto in questo modo, nonostante a livello concreto si tratti sempre di salvare 5 vite e perderne una, molta più gente decide di non agire. Perchè? Dopo tutto è la stessa cosa, solo posta in modi diversi. Il problema è che nel primo caso, la morte dell’uomo sul binario secondario sarebbe percepita come indiretta e non voluta, con la possibile speranza che magari l’uomo riesca a salvarsi in qualche modo. Nel secondo caso invece, la morte dell’uomo grasso è causata direttamente da chi deve compiere la scelta. Dunque l’interlocutore deve voler uccidere l’uomo grasso per salvare 5 persone. In questo caso il peso morale è maggiore perché non passa per un intermediario come una leva per deviare il percorso, ma si tratta di compiere un diretto atto volto ad uccidere una persona.

Dunque nel primo caso la morte della persona sarebbe un effetto collaterale non voluto ma necessario, mentre nel secondo caso è necessario voler uccidere l’uomo per salvare le 5 persone. Una differenza enorme in campo morale ma che nulla cambia nel concreto il problema. E’ la percezione che la persona ha dell’azione e dello scenario a determinare la scelta. Infatti, a dimostrare questo, vi sono diverse altre varianti come per esempio quella che vede l’uomo grasso del secondo quesito come quello colpevole di aver legato le persone sui binari, in quel caso il peso della scelta di uccidere l’uomo per salvare gli altri 5 cambia in relazione al fatto che l’uomo grasso sta per uccidere 5 persone.

Vi sono altre diverse varianti del dilemma morale, come il “loop” di Michael Costa del 1987 o “l’uomo nel campo” di Peter K. Unger del 1992. Comunque la si ponga, alla fine dipende tutto da quanto un azione indiretta o diretta influisce sulla nostra percezione di giusto e sbagliato. In qualsiasi variante del problema, siamo sempre portati a scegliere tra due mali, e il nostro intuito ci dice che è meglio uccidere una persona piuttosto che 5, scegliere dunque il male minore.

La nostra morale però entra in gioco quando la vita di qualcuno passa inevitabilmente per la morte di qualcun’ altro, causata direttamente da noi, che adesso vediamo la scelta come moralmente sbagliata nonostante, nel panorama complessivo, si tratti sempre del male minore. La cosa dipende molto anche da come si interpreta l’atto di non agire. La non azione è considerata come un atto più indiretto che diretto, per cui nell’ottica di uccidere o non agire si preferisce non farlo, cercando di rincuorarsi del fatto che non è colpa nostra se le 5 persone sono morte, ma sarebbe stata colpa nostra se l’uomo grasso fosse morto.

Tornando a “The Witcher”, la sola scelta di non agire e quindi non scegliere di Geralt, è essa stessa una scelta, che avrà delle conseguenze. Il punto è che se qualcuno ha il potere di fare qualcosa, è tenuto a farlo? E se qualcuno ha il potere di fare qualcosa, a prescindere che faccia o meno qualcosa, ne diventa automaticamente coinvolto per il solo fatto che “avrebbe potuto fare qualcosa”? Chi quindi può agire, deve essere responsabile della sua scelta di non farlo.

Come dice Geralt, il male è sempre male. Secondo il suo codice morale scegliere uno tra due mali significa fare comunque del male, e quindi per lui la non scelta si tramuta nell’oggettiva e concreta visione del non aver fatto del male. E’ interessante in quest’ottica, la visione del male di Baruch Spinoza, filosofo olandese che nelle sue opere “Etica dimostrata con metodo geometrico” e “Trattato teologico-politico”, pone il male come un bene minore.

Secondo Spinoza, sotto la guida della ragione noi seguiremmo il maggiore di due beni ed il minore di due mali. Un bene che ci impedisce di fruire di un bene maggiore è in realtà un male. In fin dei conti noi definiamo ciò che è buono o cattivo sulla base di confronti. Per cui un male minore che ne impedisce uno maggiore è in realtà un bene. Quindi, tradotto, noi sotto la guida della ragione, seguiremo solo il bene maggiore e il male minore. Ed inoltre seguiremo un male minore in vista di un bene maggiore, mentre trascureremo un bene minore che è causa di un male maggiore.

Difficile in questi casi determinare cosa è giusto o sbagliato, ne è semplice o giusto giudicare qualcuno quando è costretto a scegliere il male minore, perché il tutto assume tratti diversi a seconda della prospettiva. Non tutti sono in grado di compiere tali scelte, e nessuno in fondo vorrebbe trovarsi dinanzi a scelte del genere, ma la vita ci pone sempre, prima o dopo, dinanzi a tali situazioni, dove dovremmo scegliere tra due mali, e allora sarà bene conoscere il proprio metro di giudizio e prepararsi alle conseguenze delle nostre scelte.

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